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Nikolajewka
FRONTE
RUSSO, gennaio 1943
La
Battaglia di Nikolajewka
Dall’autunno
1942 il Corpo d’Armata Alpino, costituito dalle tre
Divisioni alpine Cuneense, Tridentina e Julia era schierato
sul fronte del fiume Don, affiancato da altre Divisioni
di fanteria italiane, da reparti tedeschi e dagli
altri alleati, rumeni e ungheresi.
Il
15 dicembre, con un potenziale d’urto sei volte superiore
a quello delle nostre Divisioni, i Russi dilagarono
nelle nostre retrovie accerchiando le Divisioni Pasubio,
Torino, Celere e Sforzesca schierate più ad Est. Esse
dovettero sganciarsi dalle posizioni sul Don, iniziando
quella terribile ritirata che, su un terreno ormai completamente
in mano al nemico, le avrebbe in gran parte annientate
con una perdita di circa 55.000 uomini tra Caduti e
prigionieri.
L’accerchiamento
Mentre
le Divisioni della Fanteria si stavano ritirando, il
Corpo d’Armata Alpino ricevette l’ordine di rimanere
sulle posizioni a difesa del Don per non essere a sua
volta circondati.
Il
13 gennaio i Russi partirono per la terza fase della
loro grande offensiva invernale e, senza spezzare il
fronte tenuto dagli alpini, ma infrangendo contemporaneamente
quello degli Ungheresi a Nord e quello dei Tedeschi
a Sud, con una manovra a tenaglia, riuscirono a racchiudere
il Corpo d’Armata Alpino in una vasta e profonda sacca.
Il
ripiegamento
Davanti
alla possibile catastrofe rimaneva un’unica alternativa:
il ripiegamento immediato. La sera del 17 gennaio 1943,
su ordine del generale Gabriele Nasci, ebbe inizio il
ripiegamento dell’intero Corpo d’Armata Alpino di cui
la sola Divisione Tridentina era ancora efficiente,
quasi intatta in uomini, armi e materiali.
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La
marcia del Corpo d’Armata Alpino verso
la salvezza fu un evento drammatico,
doloroso ed allucinante costellato da
innumerevoli episodi di valore, di grande
solidarietà, in cui circa 40.000 uomini
si batterono disperatamente, senza sosta,
per 15 interminabili giorni e per 200
chilometri.
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La
battaglia di Nikolajewka
Fu
così che dopo 200 chilometri di ripiegamento a piedi
e con pochi muli e slitte, sempre aspramente contrastati
dai reparti nemici e dai partigiani sovietici, il mattino
del 26 gennaio 1943 gli alpini della Tridentina, alla
testa di una colonna di 40.000 uomini quasi tutti disarmati
ed in parte congelati, giunsero davanti a Nikolajewka.
Forti del tradizionale spirito di corpo gli alpini del
generale Reverberi, dopo una giornata di lotta, espugnarono
a colpi di fucile e bombe a mano il paese.
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I
Russi si erano trincerati fra le case
del paese che sorge su una modesta collinetta,
protetti da un terrapieno della ferrovia
che correva pressoché attorno all’abitato
e che costituiva un’ottima protezione
per il nemico. Le forze sovietiche ammontavano
a circa una divisione. Verso le 9,30
venne ordinato di attaccare. In un primo
tempo si lanciarono all’assalto gli
alpini superstiti del Verona, del Val
Chiese, del Vestone e del II Battaglione
misto genio della Tridentina, appoggiati
dal fuoco del gruppo artiglieria Bergamo
e da tre semoventi tedeschi.
La
ferrovia, dopo sanguinosi scontri, fu
raggiunta; in più punti gli alpini riuscirono
a salire la contro scarpata e a raggiungere
le prime isbe dell’abitato. Fu un susseguirsi
di assalti e contrassalti portati di
casa in casa; venne conquistata la stazione
ferroviaria ed un plotone del Val Chiese
riuscì ad arrivare alla Chiesa.
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I
cecchini sparavano dal campanile!
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La
ferrovia che attraversa Nikolajewka
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I
Russi, appoggiati anche dagli aerei
che mitragliavano a bassa quota, opponevano
una strenua resistenza. Sul campanile
della Chiesa c’era una mitragliatrice
che faceva strage di alpini. La neve
era tinta di rosso: su di essa giacevano
senza vita migliaia di alpini e moltissimi
feriti.
Quando
ormai stavano calando le prime ombre
della sera e sembrava che non ci fosse
più niente da fare per rompere l’accerchiamento,
il generale Reverberi, comandante della
Tridentina, saliva su un semovente tedesco
e, incurante della violenta reazione
nemica, al grido di “Tridentina avanti”
trascinava gli alpini all’assalto.
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Il
grido rimbalzò di schiera in schiera,
scosse la massa enorme degli sbandati
che, come una valanga, assieme ai combattenti
ancora validi, si lanciarono urlando
verso il sottopassaggio e la scarpata
della ferrovia, la superarono travolgendo
la linea di resistenza sovietica. Il
prezzo pagato dagli alpini fu enorme:
dopo la battaglia rimasero sul terreno
migliaia di Caduti. Tutti gli alpini,
senza distinzione di grado e di origine,
diedero un esempio di grande coraggio
e di spirito di sacrificio.
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Il
famoso sottopassaggio di Nikolajewka
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In
salvo
Dopo
Nikolajewka la marcia degli alpini proseguì fino ad
Awilowka, dove giunsero il 30 gennaio e furono finalmente
in salvo, poterono alloggiare e ricevere i primi aiuti.
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Fino
al 2 febbraio continuarono ad arrivare
i resti dei reparti in ritirata. I feriti
gravi vennero avviati ai vari ospedali,
poi a Schebekino alcuni furono caricati
su un treno ospedale per il rimpatrio.
La
colonna della Tridentina riprese la
marcia il 2 febbraio per giungere a Gomel
il 1° marzo. Gli alpini percorsero a
piedi 700 Km. e solamente alcuni, nell’ultimo
tratto, poterono usufruire del trasporto
in ferrovia.
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Il
rimpatrio
Il
6 marzo 1943 cominciarono a partire da Gomel le tradotte
che riportavano in Italia i superstiti del Corpo d’Armata
Alpino; il giorno 15 partì l’ultimo convoglio ed il
24 tutti furono in Patria.
Mentre
per il trasporto in Russia del Corpo d’Armata Alpino
erano stati necessari 200 treni, per il ritorno ne bastarono
17. Sono cifre eloquenti, ma ancor più lo sono quelle
dei superstiti: considerando che ciascuna Divisione
era costituita da circa 16.000 uomini, i superstiti
risultarono 6.400 della Tridentina, 3.300 della Julia
e 1.300 della Cuneense.
Nikolajewka
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